È TEMPO PER UNA BIENNALE URBANA

Bisogna uscire da quella cultura della modernità che produce eventi totalmente distaccati dal contesto locale, e che ha reso Venezia nulla più che un luna park per il mondo dell’arte, del cinema e dell’architettura – Christian Costa, uno dei fondatori del progetto Biennale Urbana 2016, discute con Bogna Świątkowska della possibilità di sfuggire alle illusioni del sistema dell’arte andando verso lo spazio autentico della città e della presa di possesso della Biennale di Architettura 2016.

Durante la Biennale di Architettura di Venezia del 2014 il curatore del padiglione svizzero Hans Ulrich Obrist ha proposto un’idea interessante per superare la tradizionale formula della mostra d’arte. Il padiglione da lui curato era quasi vuoto, svolgendo per tutta la durata della Biennale principalmente la funzione di archivio-laboratorio vivo. Partendo dalle idee visionarie di Lucius Burckhardt, sociologo e storico dell’arte svizzero, e dell’architetto britannico Cederic Price, Obrist – insieme ai curatori, intellettuali, architetti, artisti e studenti invitati a partecipare al padiglione – ha esplorato il potenziale del pensiero visionario applicato al tessuto urbano contemporaneo. Sei stato uno degli ospiti invitati, ci puoi raccontare ciò che hai realizzato nell’ambito di questo affascinante progetto?

Al padiglione svizzero ho lavorato al progetto Walking Out Of Contemporary, concepito e diretto da Lorenzo Romito (del collettivo STALKER) e ispirato dal pensiero di Burckhardt, teorico della progettazione e padre della cosiddetta “passeggiologia” (Spaziergangswissenschaft), ovvero di una scienza che trovi nel camminare il suo fondamento. Secondo Burckhardt, come conseguenza del passeggiare lento e riflessivo attraverso la città, scaturiscono idee concrete e soluzioni per un dato spazio. Walking Out Of Contemporary è stato un tentativo di uscire da una certa cultura della modernità che produce cose come una Biennale del tutto distaccata dal contesto locale. Venezia nella sua specificità di luogo, infatti, non è particolarmente coinvolta nelle dinamiche della Biennale, limitandosi a svolgere la funzione di sfondo, di luna park per il mondo dell’arte e dell’architettura. Per vedere dunque cosa stia realmente accadendo in città – e vi accadono un sacco di cose strane e inquietanti – bisogna andare al di là di questa formula irrigidita, il che in pratica significa semplicemente attraversare la città e studiarne la struttura e i problemi. Di conseguenza parte del nostro programma è consistito in camminate con gli studenti dell’ETH di Zurigo attraverso le aree nodali di Venezia, vale a dire, per esempio, il Lido, dove agisce il gruppo di attivisti riunito intorno al Teatro Marinoni.

Altrettanto importanti sono state le lezioni, tenute, tra gli altri, da Martin Josephy – ex studente di Burckhardt, di cui ha descritto l’idea di Documenta Urbana a Kassel, parlando anche dell’architettura italiana degli anni ’60, ’70 e ’80; da Suad Amiry, coordinatrice di un progetto di rinnovamento di edifici abbandonati in Palestina; da Anna Detheridge, che ha parlato dell’arte pubblica in Italia; così come da Michael Obrist, Lieven De Cauter, Pelin Tan e Peter Lang.

L’intero progetto a me è sembrato una sorta di maieutica socratica. Per 10 giorni l’intero gruppo di studenti, artisti, intellettuali, filosofi, critici ha discusso non-stop. È stata filosofia in movimento, pensare attraverso il camminare, comprendere il mondo attraverso una pratica corporea.

Con quali problemi vi siete confrontati a Venezia?

Purtroppo Venezia sta pian piano perdendo tutte le caratteristiche e le funzioni di una vera città. Nel centro storico ormai vivono circa 60.000 persone, ovvero il 70% in meno rispetto al 1951. I negozi sono gestiti da società internazionali o da forestieri. Qualunque possibilità di acquisire uno spazio per finalità commerciali, anche quando ciò non sarebbe molto saggio, è perseguita in maniera spietata. Un esempio potrebbe essere il ponte di Santiago Calatrava (Ponte della Costituzione), costruito senza tener conto dei problemi (e delle soluzioni) architettonici specifici di Venezia. E a fianco ad esso si trova un intervento architettonico decisamente interessante: il secondo edificio del Santa Chiara hotel, il cui progetto originario seguiva il modello dei grattacieli a specchio di New York, risultando così l’unico edificio di tale genere in città, completamente slegato da ciò che lo circonda. E cose del genere accadono in continuazione, specialmente al di fuori della città storica. A Mestre, ad esempio, è scoppiata una grande polemica in seguito al tentativo dello stilista milionario Pierre Cardin, originario di Venezia, di costruirvi un resort per nababbi, così alto da risultare visibile da ogni punto della laguna, persino da Piazza San Marco. E poi c’è la questione del Lido, ricco di edifici storici, forti o piccoli porticcioli – essendo l’isola il punto più avanzato di Venezia in direzione del mare. Da molti anni la speculazione tenta di realizzarvi una striscia di alberghi e di strutture turistiche, assolutamente slegate dal contesto, e che per di più non forniscono alcuna garazia reale di nuovi posti di lavoro. L’ennesimo tentativo di espellere gli abitanti locali dal tessuto urbano, al fine di rendere Venezia ancora più “turististica”.

Sintomatico è anche il fatto che, alla vigilia dell’apertura della Biennale di Venezia 2014, il sindaco sia stato arrestato insieme a più di 30 collaboratori, essendo sospettato di truffe in progetti di investimento edile. A dimostrazione di quanto profondi siano i problemi di Venezia.

Questo non è un problema solo di Venezia, ma di tutta l’Italia, un paese che ancora dopo la seconda guerra mondiale era pieno di verde e le cui città storiche erano tutto sommato in buone condizioni. Negli anni ’50 e ’60 il paese è stato ricoperto da una colata di cemento, e da 50 anni perdura l’aggressione quotidiana nei confronti di qualsiasi spazio di cui ci si possa impossessare per generare profitti. Perché si costruiscono così tante nuove case in Italia? Poiché ci sono molte persone che sono disposte ad acquistarle come investimento, per poi tenerle vuote. Quindi, piuttosto che costruire qualcosa per le persone che effettivamente vivono in città, la classe politica spesso preferisce realizzare qualcosa che sarà utile solo per i costruttori e gli investitori.
E per muovere soldi.

Sì, naturalmente. La classe politica ribadisce costantemente quanto questi nuovi investimenti abbiano il fine di creare nuovi posti di lavoro, ma spesso si tratta di pura speculazione. E a Venezia, per la quale passano annualmente 20 milioni di turisti – e potrebbero essere tranquillamente il doppio o il triplo – questo tipo di pratiche sono elevate all’ennesima potenza.

D’altra parte tale comportamento dell’amministrazione provoca anche la resistenza dei residenti. Hai citato una piccola isola – Poveglia – che è stata salvata grazie all’azione dei comuni cittadini, che hanno fatto partire una raccolta fondi per cercare di acquisirla con le loro quote. E diversi sono i gruppi di resistenza, ma anche di lavoro sistematico, su questi argomenti.

C’è da dire che i veneziani sono gente morigerata e hanno qualche problema con la resistenza senza compromessi. Per quanto riguarda Poveglia non è ancora noto se la battaglia sia stata vinta. L’asta è stata vinta da un privato per mezzo milione di euro, ma lo Stato ha dichiarato la cifra insufficiente – considerato anche che un appartamento decente a Venezia, in centro, può costare fino a qualche milione di euro. Bisogna, comunque, sottolineare la velocità con la quale la popolazione ha reagito. Migliaia di persone da tutto il mondo hanno versato i propri 99 euro per acquisire l’isola per 99 anni, al fine di preservarla come bene comune accessibile a tutti.

Oltre a tali iniziative a Venezia esistono diversi comitati che difendono e animano spazi specifici, come ad esempio il già citato gruppo del Teatro Marinoni Bene Comune. Questo gruppo occupa il Teatro Marinoni, parte del complesso ospedaliero-sanatorio Ospedale al Mare. La storia di questo luogo, fondato negli anni ’30 del XX secolo, è incredibile. Scopo del teatro era quello di aiutare i pazienti a guarire più efficacemente, già prefigurando l’idea di arte-terapia. In ogni padiglione si pensò di installare un’antenna per dare via radio accesso a tutti i pazienti al teatro e alla musica. Il teatro viene chiuso nel 1975, e l’intero complesso viene abbandonato nel corso degli ultimi anni. Il gruppo Teatro Marinoni Bene Comune ha occupato questo spazio per invitare artisti, intellettuali, musicisti provenienti da tutto il mondo a venire a Venezia, al Lido, a tenere conferenze, concerti, workshop, spettacoli, residenze artistiche, festival di musica e così via. Quasi ogni giorno c’è qualcosa in programma. Questo gruppo è anche il punto di contatto di svariati comitati, in gran parte di architetti o di persone del Lido, che conoscono la storia dei propri luoghi, che ogni giorno li vedono cambiare in peggio e che cercano perciò di proporre diversi modelli culturali ed economici per essi. Non si tratta dunque di un qualche tipo di occupazione passatista o nostalgicamente ideologica, ma di un tentativo di dimostrare come esistano altri modelli economici, politici e culturali di adoperare l’esistente.

 

E qual è il modello che essi propongono?

Prima di tutto, essi mostrano quanto male la politica gestisca questi luoghi, come essi siano stati distrutti spesso senza un reale motivo. Si tratta di mostrare come un certo “valore aggiunto” derivante dal contesto storico, artistico, ambientale sia stato disperso. Varie località in Italia hanno un grande valore simbolico-economico derivante dalla loro storia. Troppo spesso, tuttavia, la classe politica, non essendo in grado di coglierne il genius loci, spreca tale “surplus estetico”. È così che tali luoghi divengono “docili” (secondo il modello delineato dal mio progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato sulle idee di M. Foucault) rispetto alla possibilità di prenderne il controllo e specularci. È molto importante sottolineare come tali processi durino per anni e siano spesso portati a termine da persone diverse dell’amministrazione, che si trovano a svolgere le medesime funzioni nel corso del tempo. Per questo, ai fini della mia ricerca, utilizzo il termine “Potere”, per come esso è inteso da Foucault: non come una persona o una istituzione specifica, ma come un dispositivo disciplinante. Allo stesso modo oggi accade con il Potere economico: esso è ormai costituito da meccanismi puramente astratti che operano in modo indipendente dagli esseri umani e a cui devono sottostare persino i proprietari e la dirigenza delle aziende.

L’intero programma di “Biennale Urbana”, che non si limita all’evento di quest’anno, ma punta soprattutto alla prossima edizione della Biennale di Architettura, si basa sulle ipotesi circa la città di Kassel formulate da Lucius Burckhardt negli anni ’70, la cosiddetta “Documenta Urbana”. Puoi spiegare ai nostri lettori di cosa si trattava, e raccontare anche i vostri progetti per il futuro – vale a dire come “Walking Out Of Contemporary” di quest’anno sia solo il primo step di un percorso che tra due anni porterà a “Biennale Urbana”?

Burckhardt suggeritì l’idea di analizzare sul campo, come sezione di Documenta, alcune parti della città di Kassel e di usarle come punto di partenza di una ricerca sullo stato generale della città contemporanea.

Per molti anni la Biennale di Venezia ha seguito le orme del curatore dell’edizione 2014, Rem Koolhaas. Per riuscire finalmente ad andare avanti e superarlo, non ha più senso cercare un altro protagonista similare, ma è il momento di concepire qualcosa di nuovo, un qualche diverso modello di ricerca e di intervento nelle città. E in questa prospettiva Documenta Urbana appare incredibilmente attuale.

Per questo motivo STALKER, Teatro Marinoni e Spazi Docili hanno deciso di proporre questo modello proprio a Venezia. Il nostro obiettivo è di concentrarci sulle pratiche estetiche che analizzano le città contemporanee e cercano nuovi tipi di soluzioni ai loro problemi.

Collaborando con partner internazionali (Università, Fondazioni, Musei, progetti di architettura o di arte pubblica, ecc) vogliamo, da un lato, che essi mostrino ai veneziani la situazione delle loro città e le loro modalità di intervento; e, dall’altro, che essi capiscano in che maniera gli stessi loro problemi si manifestino a Venezia e/o come siano stati affrontati.

Vale la pena ricordare come Venezia abbia inventato un gran numero di procedure e strutture di funzionamento urbano che adoperiamo ancor oggi. La struttura dell’arcipelago ha imposto (e permesso) la separazione delle funzioni della città in luoghi specifici e separati. Questa è una delle origini della progettazione funzionale della città contemporanea. Venezia ha, per esempio, risolto il problema della peste inventando il lazzaretto: un’isola lontana dove l’equipaggio di una nave proveniente da luoghi insicuri doveva fermarsi per 40 giorni (quarantena). Ogni gruppo nazionale/culturale possedeva poi una sua parte di città: gli Armeni avevano ricevuto un’isola; gli Ebrei il ghetto – anch’esso inventato a Venezia. La civiltà della Repubblica di Venezia ha semplicemente sfruttato la geografia dell’arcipelago come modello funzionale. Venezia è uno dei modelli più antichi della città contemporanea.

In aggiunta a questo, al momento è probabilmente la sola città al mondo in cui si sommino tante singolarità: una città ed una cultura uniche; una quantità enorme di situazioni interessanti come l’Ospedale al Mare e il Teatro Marinoni, l’Hotel des Bains, i forti, le caserme e le isole abbandonate; una classe politica che negli ultimi mesi è finita in prigione quasi nella sua interezza; un intervento di modificazione ambientale di scala planetaria (il sistema MOSE); lo status di capitale del mondo dell’arte e della cultura a causa della Biennale. Tutti questi fattori delineano un eccellente modello da analizzare, sicuramente molto più interessante di una qualsiasi ulteriore Biennale, in cui ogni paese mostri qualche plastico e si ripeta sempre la stessa storia.

Il Teatro Marinoni lavora da anni affinchè tutti i comitati, associazioni, istituzioni, gruppi formali e informali che operano al Lido e nell’intera laguna lavorino di comune accordo. Si tratta di partner appartenenti a tutti i settori, non solo a quelli del mondo della cultura. Adoperando dunque questa rete, agiremo anche come mediatori per artisti e architetti che vorranno lavorare in laguna avendo un contatto autentico con i luoghi e con le persone di Venezia, invece di quelle finte relazioni con il territorio di cui il mondo dell’arte ama vantarsi.

Nei mesi successivi testeremo le prime collaborazioni e il modello generale di Biennale Urbana attraverso l’esplorazione del Lido, workshop, interventi. Nel corso della prossima Biennale d’arte (2015) mostreremo i risultati del lavoro di quest’anno, in vista della Biennale di Architettura (2016).

Abbiamo constatato da vicino come l’attraversare questi luoghi problematici, il guardarli, il farne esperienza diretta sia qualcosa di profondamente istruttivo ed utile per coloro che provengono da culture distanti dal sentire italiano o mediterraneo. A Venezia e al Lido si nasconde un enorme potenziale di cambiamento.

Parliamo un attimo dei tuoi progetti precedenti. Perché hai deciso di occuparti di arte pubblica?

Perché ciò ti costringe ad esplorare e ridefinire continuamente il concetto di “pubblico”. Nelle città contemporanee i confini tra pubblico, comune, statale, privato si spostano in continuazione, ed è per questo che lo studio di questi processi è tanto interessante quanto utile.
E chi pensi sia il soggetto più visibile nello spazio pubblico? Ad esempio a Napoli, dove vivi, un luogo unico sotto molti punti di vista, sembra che ad essere invisibili siano tanto gli artisti quanto i politici. La città sembra autoregolamentarsi e operare secondo una propria logica che va al di là del razionale.

Sì, Napoli è una città del tutto specifica. I suoi abitanti, abituati da anni al funzionamento della sua struttura, hanno ormai smesso di prestarvi attenzione. Lavorando a diversi progetti anche in Sicilia, a Firenze o a Roma, etc., è difficile scacciare il pensiero che l’Italia in realtà non esista – l’identità locale in questo paese risulta molto più forte di quella nazionale. Pertanto quando a Firenze io e l’artista Fabrizio Ajello abbiamo concepito e fondato il progetto Spazi Docili, volevamo verificare se i modelli interpretativi e operativi scoperti sul campo fossero poi effettivamente applicabili anche ad altri contesti. Ed in effetti è così, lo abbiamo confermato ormai in più paesi, basta che essi siano legati, anche debolmente, all’economia occidentale di mercato, che impone un contesto politico-estetico comune.

Spazi Docili nasce dal tentativo di applicare allo spazio la teoria dei “corpi docili” di M. Foucault. Purtroppo l’idea di “spazio docile” funziona perfettamente, pure troppo. E Firenze è la città ideale per esplorare l’interazione tra Potere e sistema dell’arte e l’uso imbarazzante dei linguaggi estetici da parte della politica.

Noi ci concentriamo su spazi che, per un qualche motivo, sono stati “traditi” dal Potere locale, che non è in grado di comprenderne la complessità e quindi non ha la minima idea di cosa farne. Questi luoghi possono essere in stato di rovina o appena terminati, il fattore rilevante è quello di essere ormai distaccati dalla propria storia e dalle proprie funzioni. Lo spreco del proprio territorio la dice lunga sul Potere. Questo è il motivo per cui siamo interessati a creare modelli operativi capaci di dare effetti positivi anche in altri paesi, in altri contesti.

Riguardo i media che adopero in tali analisi ed interventi, privilegio installazione, video e performance, di solito con una grande attenzione per l’elemento sonoro. E il mio medium preferito per l’analisi del “deserto del reale” è la fotografia – analogica e digitale – attraverso la quale raccogliere materiali da adoperare nei miei video, nelle mie installazioni o in opere bidimensionali.

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Christian Costa – artista visivo, vive e lavora a Napoli e a Varsavia, dov’è nato. Ha scritto di musica ed arti visive su Rumore, NextExit, SuccoAcido. Suoi racconti sono stati illustrati da L.Dalisi, M.Galateo, P.Mezzacapo, con i quali fonda nel 2002 il gruppo artistico container. Dal 2005 insieme all’artista Fabrizio Ajello e alle curatrici Barbara D’Ambrosio e Costanza Meli lavora al progetto di arte pubblica Progetto Isole, basato a Palermo. Dal 2007 lavora al progetto di arte pubblica N.EST, curato da Danilo Capasso e incentrato sull’enorme e assai diversificata parte orientale di Napoli. Nel 2008 idea e fonda insieme all’artista Fabrizio Ajello il progetto di arte pubblica Spazi Docili, incentrato sulla città di Firenze, ma esposto internazionalmente. Esso ha prodotto indagini sul territorio, interventi di arte pubblica, workshop, mostre, residenze artistiche (organizzate come piattaforma curatoriale), lecture e talk.

www.spazidocili.org

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